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Il tradimento maschile

Il tradimento maschile e la costruzione del desiderio

Neuroscienze, sessuologia, rapporti di potere e capitalismo del godimento

Quando parliamo di infedeltà maschile nelle relazioni monogame, la spiegazione più semplice è spesso anche quella più rassicurante: gli uomini sarebbero biologicamente portati a cercare più partner, la novità sessuale sarebbe inscritta nel loro cervello e la monogamia rappresenterebbe, in qualche modo, una condizione innaturale.

È una spiegazione seducente perché sembra mettere ordine in una questione complessa. Ma è anche una spiegazione insufficiente.

La biologia può aiutarci a comprendere alcuni meccanismi del desiderio, ma non può trasformarsi in un alibi comportamentale. Il fatto che la novità possa attivare intensamente i sistemi cerebrali della motivazione e della ricompensa non significa che un uomo sia “programmato” per tradire. Significa che il cervello umano è sensibile alla novità, all’imprevedibilità, all’apprendimento e alla ricompensa. La sessualità, come altre forme di comportamento motivato, è attraversata da questi processi.

La ricerca sull’effetto Coolidge ha mostrato, soprattutto negli studi animali e in parte anche nella ricerca umana, che la presenza di un nuovo partner può riattivare la motivazione sessuale. Ma da questo dato non deriva affatto che gli uomini siano biologicamente incapaci di desiderare all’interno di una relazione stabile. Gli esseri umani non sono soltanto organismi che rispondono a uno stimolo: interpretano ciò che provano, attribuiscono significati al desiderio, costruiscono legami, prendono decisioni e possono scegliere come agire ciò che sentono.

Questa distinzione è fondamentale: sentire un desiderio non equivale ad agire quel desiderio.

La dopamina, dunque, non è la spiegazione del tradimento. È uno degli elementi attraverso i quali possiamo comprendere perché la novità possieda una particolare forza motivazionale. E proprio qui la neuroscienza incontra la sessuologia: il problema clinico non è eliminare la novità dal desiderio, ma comprendere che cosa accade a una persona quando la novità diminuisce e la relazione entra nella fase della familiarità.

Perché la familiarità, nel discorso contemporaneo sulla sessualità, viene spesso confusa con la noia.

E la noia viene immediatamente interpretata come prova che qualcosa nella relazione non funziona più.

Ma è davvero così?

A volte sì. Una coppia può impoverirsi eroticamente, smettere di comunicare, perdere curiosità reciproca, trasformare il sesso in un rituale privo di desiderio. Ma altre volte la frase “mi annoio” può nascondere qualcosa di diverso: la difficoltà a sostenere il desiderio quando l’altro non è più un territorio sconosciuto.

La conquista ha bisogno di eccitazione, di incertezza, di riconoscimento. La relazione stabile chiede invece una competenza diversa. Chiede di continuare a desiderare una persona che conosciamo, che ci conosce e davanti alla quale non possiamo più costruire indefinitamente una versione ideale di noi stessi.

La relazione espone.

Ed è forse proprio questo uno dei motivi per cui la novità può diventare così potente.

Una persona nuova non conosce ancora le nostre fragilità. Non conosce la nostra storia. Non conosce i nostri fallimenti. Possiamo presentarci nella versione di noi che desideriamo mostrare. Possiamo sentirci nuovamente desiderabili, potenti, interessanti, sessualmente competenti.

La nuova relazione può allora funzionare non soltanto come esperienza erotica, ma come dispositivo di regolazione dell’immagine di sé.

Questo non significa che ogni uomo che tradisce abbia una bassa autostima o una struttura narcisistica. Significa che, in alcuni casi, l’infedeltà può assumere anche questa funzione: utilizzare l’esperienza sessuale per ottenere una conferma personale che la persona non riesce a produrre autonomamente.

Il corpo dell’altro diventa uno specchio.

E quando il desiderio dell’altro ci restituisce un’immagine rassicurante di noi stessi, possiamo confondere quella conferma con libertà sessuale.

È qui che la questione smette di essere esclusivamente neurobiologica e diventa psicologica, relazionale e culturale.

Perché dobbiamo chiederci: da dove arriva l’idea che un uomo debba sentirsi uomo attraverso la propria capacità di conquistare?

Questa domanda ci conduce inevitabilmente fuori dal cervello e dentro la cultura.

Michel Foucault ci ha insegnato a diffidare dell’idea che la sessualità sia semplicemente una realtà naturale che la società si limita a reprimere. La sessualità è anche il prodotto di discorsi, pratiche, istituzioni, norme e forme di sapere. Il potere non agisce soltanto dicendo “non puoi”. Agisce anche stabilendo che cosa è normale, desiderabile, virile, femminile, sano, trasgressivo o patologico.

Questo significa che anche il desiderio maschile viene socializzato.

Un ragazzo cresce dentro una cultura che può insegnargli che essere uomo significa conquistare, avere successo, essere sessualmente attivo, non mostrarsi fragile, non dipendere troppo affettivamente, essere capace di performare.

Gli viene insegnato molto presto che la sessualità è anche una prova.

  • Una prova di virilità.
  • Una prova di successo.
  • Una prova di valore.

Molto meno spesso gli viene insegnato che la sessualità è ascolto, vulnerabilità, negoziazione, reciprocità.

E allora può accadere qualcosa di paradossale: l’uomo può essere educato alla performance sessuale senza essere educato alla relazione sessuale.

  • Sa conquistare, ma non necessariamente sa stare.
  • Sa eccitare, ma non necessariamente sa ascoltare.
  • Sa desiderare un corpo, ma può avere difficoltà a riconoscere il desiderio dell’altro.

La relazione stabile diventa così un luogo nel quale emergono tutte quelle competenze che la cultura della prestazione non ha insegnato.

Ed è proprio a questo punto che la critica di Foucault deve incontrare il pensiero femminista.

Perché se diciamo che il desiderio è costruito socialmente, dobbiamo anche chiederci chi ha avuto storicamente il potere di definire il desiderio.

Non possiamo parlare della sessualità come se il soggetto sessuale fosse neutro. Per secoli, quel soggetto apparentemente universale è stato costruito a partire dall’esperienza maschile.

Simone de Beauvoir ha mostrato con radicalità come la donna sia stata storicamente costruita come “Altro” rispetto a un soggetto maschile assunto come misura dell’universale. La sua riflessione ci permette di comprendere che il corpo non determina da solo il destino sociale e sessuale di una persona. Essere donna o essere uomo significa anche essere formati dentro una storia, un’educazione, una serie di aspettative e rapporti sociali.

Carla Lonzi porta questa critica direttamente nel corpo e nel piacere. La sua riflessione sulla sessualità mostra quanto sia politico stabilire che cosa debba essere considerato piacere, quale esperienza sessuale debba essere considerata completa e quale corpo debba adattarsi alle aspettative dell’altro.

Con Lonzi comprendiamo che il problema non è soltanto chi possiede il potere.

È anche chi possiede il potere di definire il piacere.

Luce Irigaray aggiunge un’altra domanda decisiva: possiamo pensare il desiderio dell’altro senza ridurlo al nostro modo di desiderare? Se il maschile è stato storicamente assunto come misura del soggetto, il femminile rischia di essere pensato non come differenza irriducibile, ma come variazione del medesimo.

Questa questione è profondamente sessuologica.

Perché una sessualità relazionale richiede di riconoscere che il corpo dell’altro non è una superficie sulla quale proiettare il nostro desiderio.

  • L’altro desidera.
  • L’altro può rifiutare.
  • L’altro può cambiare.
  • L’altro può non corrispondere alle nostre aspettative.

E proprio qui il pensiero di Adriana Cavarero introduce un elemento fondamentale: la singolarità.

L’altro non è un esemplare di una categoria.

  • Non è “una donna”.
  • Non è “un uomo”.
  • Non è “una partner”.
  • È quella persona.
  • Unica, irriducibile, non sostituibile.

Questa idea diventa particolarmente importante quando la sessualità contemporanea incontra il capitalismo.

Perché il capitalismo ha una straordinaria capacità di trasformare il desiderio in consumo.

La cultura contemporanea ci abitua a pensare che quando qualcosa non ci soddisfa più possiamo sostituirlo. Un prodotto, un’esperienza, un’immagine, un corpo, una relazione.

  • La novità diventa valore.
  • La disponibilità diventa libertà.
  • La scelta infinita diventa promessa di felicità.
  • E questa logica può entrare anche nella sessualità.
  • Non ti eccita più? Cambia.
  • Non ti basta? Cerca altro.

Vuoi sentirti nuovamente desiderabile? Trova qualcuno che ti desideri.

Il desiderio rischia così di trasformarsi in un circuito di consumo.

Ed è qui che Deleuze e Guattari diventano importanti. La loro analisi del rapporto tra desiderio e capitalismo ci permette di comprendere che il capitalismo contemporaneo non deve necessariamente reprimere il desiderio. Può fare qualcosa di molto più sofisticato: metterlo continuamente in movimento e catturarlo dentro circuiti di produzione e consumo.

Non ci dice più soltanto “non desiderare”.

Ci dice:

desidera continuamente.

E soprattutto:

non smettere mai di desiderare.

La sessualità contemporanea può diventare così attraversata da un imperativo paradossale: devi godere, devi essere soddisfatto, devi essere desiderabile, devi fare esperienze, devi non perderti nulla.

È il passaggio dalla proibizione all’imperativo del godimento.

Qui il pensiero di Lacan diventa essenziale. Il desiderio non coincide con il bisogno e non si lascia semplicemente saturare dall’oggetto. Possiamo ottenere ciò che pensavamo di desiderare e scoprire che, immediatamente, qualcosa manca ancora.

Il capitalismo sa utilizzare magistralmente questa struttura.

Ci offre continuamente nuovi oggetti proprio perché nessun oggetto riesce a chiudere definitivamente il circuito del desiderio.

E la sessualità è un terreno perfetto per questa dinamica.

  • Un nuovo corpo.
  • Una nuova fantasia.
  • Una nuova esperienza.
  • Una nuova relazione.
  • Una nuova conferma.

La promessa è sempre la stessa:

questa volta sarai finalmente soddisfatto.

Ma la soddisfazione definitiva non arriva.

E allora si ricomincia.

È qui che la riflessione di Recalcati sul desiderio e sul godimento assume un valore clinico particolarmente interessante: la nostra epoca non è caratterizzata soltanto dalla repressione, ma anche da un comando paradossale a godere.

  • Devi godere.
  • Devi essere felice.
  • Devi avere una vita sessuale soddisfacente.
  • Devi essere sempre desiderabile.
  • Devi vivere intensamente.

E se non ci riesci, devi trovare qualcos’altro.

Il piacere stesso rischia di diventare una prestazione.

Non devi soltanto godere: devi dimostrare di godere.

Dentro questo scenario, il tradimento può assumere un significato che va oltre il sesso.

Può diventare una fuga dalla familiarità, dalla vulnerabilità, dalla responsabilità, dalla frustrazione e dal limite.

La persona nuova non risolve necessariamente il problema del desiderio.

Può semplicemente permettere di rimandarlo.

La novità riaccende il circuito.

La conferma dell’altro ricostruisce temporaneamente l’immagine di sé.

L’eccitazione copre la difficoltà.

E il soggetto può convincersi di aver trovato finalmente “qualcosa che mancava”.

Ma forse ciò che mancava non era un’altra persona.

Forse mancava la capacità di stare dentro ciò che la relazione chiedeva.

Questo non significa che ogni tradimento sia una fuga dall’intimità. Sarebbe una generalizzazione altrettanto semplicistica di quella biologica.

Significa che l’infedeltà può essere anche un comportamento di evitamento, e che in alcuni casi la ricerca della novità permette di evitare proprio quella parte della relazione nella quale il soggetto dovrebbe esporsi maggiormente.

Per questo la sessuologia non dovrebbe limitarsi a chiedere:

  • “Quanto sesso fate?”
  • Dovrebbe poter chiedere:
  • “Come desiderate?”
  • “Come parlate del desiderio?”
  • “Che cosa accade quando uno dei due non desidera?”
  • “Come gestite la frustrazione?”
  • “Quanto siete capaci di essere vulnerabili?”
  • “Quanto il sesso è diventato una prestazione?”

“E quanto il corpo dell’altro è diventato una conferma del vostro valore?”

Sono domande cliniche.

Ma sono anche politiche.

Perché le relazioni sono sempre, almeno in parte, relazioni di potere.

Non necessariamente nel senso di dominio esplicito.

Il potere può essere molto più sottile.

Chi decide quando fare sesso?

Chi si sente autorizzato a chiedere?

Chi può dire no?

Chi viene considerato “frigido”?

Chi viene considerato “troppo sessuale”?

Chi deve mantenere la coppia?

Chi ha il diritto alla trasgressione?

Chi viene perdonato?

Chi viene giudicato?

Queste dinamiche non appartengono a un mondo esterno alla sessualità.

Sono la sessualità.

Ed è per questo che una sessuologia realmente contemporanea non può essere soltanto tecnica.

Non può limitarsi a correggere la disfunzione sessuale senza interrogare il significato che quella sessualità ha per il soggetto.

Non può insegnare soltanto a performare meglio.

Deve poter insegnare a sentire meglio.

A comunicare.

A tollerare il limite.

A riconoscere il desiderio dell’altro.

A distinguere una fantasia da un comportamento.

A distinguere l’eccitazione dalla relazione.

A distinguere il piacere dal consumo.

E soprattutto a comprendere che la libertà sessuale non coincide con la possibilità di fare tutto ciò che desideriamo.

La libertà sessuale comprende anche la capacità di non essere governati immediatamente da ciò che desideriamo.

Questa è forse una delle competenze erotiche più importanti e meno insegnate.

Un uomo può provare attrazione per un’altra persona senza dover necessariamente trasformare quell’attrazione in un comportamento.

Può avere una fantasia senza realizzarla.

Può attraversare una crisi senza cercare immediatamente un corpo sostitutivo.

Può desiderare qualcosa di diverso e portare quel desiderio nella relazione, nella terapia, nella riflessione.

Può persino scoprire che ciò che cercava fuori non era una nuova persona, ma una nuova versione di sé.

Ed è qui che la sessuologia può diventare realmente trasformativa.

Non deve insegnare agli uomini a desiderare meno.

Deve insegnare loro a sostenere il desiderio.

A tollerare che il desiderio non sia sempre soddisfatto.

A comprendere che la frustrazione non è necessariamente un fallimento.

A scoprire che la ripetizione non è necessariamente noia.

A costruire novità dentro la relazione.

A trasformare la sessualità da performance in incontro.

La ripetizione, infatti, non è il contrario dell’erotismo.

Può diventare competenza erotica.

Conoscere il corpo dell’altro non significa averlo esaurito.

Significa poterlo incontrare a un livello diverso.

Una coppia può creare nuovi linguaggi, nuove fantasie, nuovi ritmi, nuove forme di contatto, nuovi spazi di intimità. Può trasformare la familiarità da luogo della noia a luogo della scoperta.

La novità non deve necessariamente essere fuori dalla relazione. Può essere costruita dentro.

Questo richiede però una trasformazione culturale.

Dobbiamo smettere di educare gli uomini soltanto alla conquista e iniziare a educarli alla relazione.

Non soltanto alla prestazione, ma alla presenza.

Non soltanto all’eccitazione, ma alla consapevolezza.

Non soltanto al diritto di desiderare, ma alla responsabilità di riconoscere il desiderio dell’altro.

E dobbiamo smettere di raccontare la monogamia come una semplice rinuncia.

La fedeltà non significa non essere mai attratti da nessun altro.

Non significa non avere fantasie.

Non significa non attraversare crisi.

La fedeltà può essere pensata, più profondamente, come responsabilità nei confronti del proprio desiderio e del patto relazionale.

Significa poter dare parola a ciò che accade prima che il corpo di un’altra persona diventi la soluzione clandestina a qualcosa che non abbiamo avuto il coraggio di affrontare.

È qui che biologia, psicologia, filosofia, femminismo e sessuologia possono finalmente incontrarsi senza confondersi.

Le neuroscienze ci ricordano che la novità ha un potente valore motivazionale.

La psicologia ci mostra quanto desiderio, autostima, attaccamento e vulnerabilità possano intrecciarsi.

Foucault ci insegna che la sessualità è attraversata da potere, sapere e norme.

De Beauvoir, Lonzi, Irigaray e Cavarero ci obbligano a chiedere da quale posizione sessuata sia stata storicamente costruita la definizione del desiderio, del corpo e del piacere.

Lacan ci ricorda che il desiderio non coincide con il bisogno e che nessun oggetto può saturarlo definitivamente.

Deleuze e Guattari mostrano come il capitalismo possa catturare la produzione desiderante.

Recalcati ci aiuta a leggere clinicamente il rapporto contemporaneo tra desiderio, godimento, amore e legame.

Nessuna di queste prospettive, da sola, è sufficiente.

Ma insieme permettono di vedere qualcosa che la spiegazione biologica del tradimento non riesce a vedere:

il desiderio non vive mai soltanto dentro il cervello.

  • Vive dentro una storia.
  • Dentro un corpo.
  • Dentro un inconscio.
  • Dentro una relazione.
  • Dentro una cultura.
  • Dentro rapporti di potere.

E oggi anche dentro un mercato.

Per questo l’infedeltà non può essere spiegata dicendo semplicemente che “gli uomini sono fatti così”.

Quella frase chiude la possibilità di trasformazione.

La domanda sessuologica deve essere un’altra:

che cosa abbiamo insegnato agli uomini sul desiderio?

Abbiamo insegnato loro a conquistare o a incontrare?

A possedere o a condividere?

A performare o a sentire?

A cercare conferme o a costruire autostima?

A fuggire dalla vulnerabilità o ad abitarla?

A consumare la novità o a costruire l’erotismo?

E soprattutto:

abbiamo insegnato loro che l’altro è un oggetto del desiderio o un soggetto del desiderio?

Questa ultima domanda cambia tutto.

Perché una sessualità adulta non è quella nella quale possiamo ottenere tutto ciò che desideriamo.

È quella nella quale impariamo a desiderare senza cancellare l’altro.

La libertà non consiste nell’accesso infinito agli oggetti del godimento.

Consiste nella possibilità di scegliere come abitare il proprio desiderio.

E forse è proprio qui che la sessuologia diventa politica.

Non quando dice alle persone come devono fare sesso.

Ma quando le aiuta a capire chi ha insegnato loro a desiderare nel modo in cui desiderano.

Non quando condanna il desiderio.

Ma quando lo rende pensabile.

Non quando assolve l’uomo attraverso la biologia.

Ma quando gli restituisce la responsabilità della propria libertà.

Perché la novità può accendere il desiderio.

Il mercato può moltiplicarla.

La cultura può trasformarla in norma.

Il potere può organizzarla.

L’inconscio può utilizzarla.

Ma nessuna di queste forze elimina la possibilità di scegliere.

Ed è precisamente in questo spazio che comincia una sessualità adulta.

Una sessualità nella quale il piacere non deve necessariamente diventare consumo.

La libertà non deve diventare irresponsabilità.

La relazione non deve diventare possesso.

La fedeltà non deve diventare repressione.

E la novità non deve necessariamente significare fuga.

Il desiderio ha bisogno di libertà.
La relazione ha bisogno di responsabilità.
L’erotismo ha bisogno di novità.
L’intimità ha bisogno di vulnerabilità.

Una sessualità adulta nasce nel punto in cui queste dimensioni imparano finalmente a stare insieme.


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